Smetti di cercare la nicchia. Lasciala trovare te.
La nicchia non è un requisito d'ingresso. È una conseguenza.
C'è una frase che ferma più persone di qualsiasi altra. Me la scrivono in dieci modi diversi ma è sempre lei: "Prima devo capire bene la mia nicchia, poi inizio."
E intanto passano i mesi. Perché quella frase suona responsabile, suona seria — "faccio le cose per bene" — ma in realtà è la scusa più elegante che esista per non partire. Aspetti la mappa completa prima del primo passo. E la mappa non arriva mai, perché quella roba non si trova pensandoci.
Ti hanno venduto la nicchia come un prerequisito: prima la scegli, poi comunichi. È il contrario. La nicchia è una conseguenza. Si rivela strada facendo, guardando a cosa reagisce la gente, non stando fermi a rimuginare.
La nicchia non la scegli dal menù prima di entrare nel ristorante. La scopri dopo aver assaggiato dieci piatti e aver notato quale ti fa tornare l'acquolina. Devi prima assaggiare.
Il permesso di oggi: puoi iniziare senza sapere ancora chi sei "sul mercato". Nessuno lo sa all'inizio.
La cosa da fare, e stavolta è precisa: posta dieci cose vere. Dieci. Su quello che sai, che ti irrita, che hai imparato sbagliando nel tuo mestiere. Poi guarda quali fanno alzare la testa alla gente — un commento, un messaggio, un "anche a me!". Lì dentro, in tre o quattro di quei dieci, c'è la tua nicchia. Te l'ha indicata il pubblico, non un foglio Excel.
Quei dieci, se vuoi, buttiamoli giù insieme. Apri Genny, mi dici cosa fai e partiamo.
