Il video non è una produzione. È una frase che scrivi.
Ti stavano chiedendo di fare il regista. Ma tu sei un cuoco.
Un ristoratore mi scrive guardando gli altri: "i video li vedo fare a tutti tranne me. Quelli col piatto che fuma, la musichetta, le scritte. Io non ci riesco, non so nemmeno da dove si comincia."
Sento questa cosa dieci volte a settimana, e sotto c'è sempre la stessa immagine sbagliata: che il video sia una produzione. Treppiedi, montaggio, luci, uno che "sa fare quelle cose". Un lavoro dentro il lavoro. E chi ha già una cucina da mandare avanti pensa: e quando lo faccio, di notte?
Ma quell'idea è vecchia di due anni. Non è più vera.
Oggi il video non è una cosa che giri. È una frase che scrivi. Tu mi racconti a parole — come lo diresti a un cliente al banco — perché la tua amatriciana la fai col guanciale e non con la pancetta. Voce, immagini, ritmo, scritte: le metto io. Tu non punti niente, non ti riprendi, non ti senti la voce. Metti solo la cosa che sai. Il resto è il mio mestiere.
Il permesso di oggi: puoi smettere di sentirti indietro. Non sei negato per i video. Ti stavano solo chiedendo di fare il regista, e tu sei un cuoco. Due lavori diversi.
La cosa da fare oggi: scrivi tre righe. Una cosa sola del tuo locale che racconti sempre a voce e non hai mai messo da nessuna parte. La ricetta della nonna, quel cliente che torna da vent'anni.
Poi quelle tre righe portale a me: apri Genny, incolla, e ti faccio vedere che video ci esce. Senza girare niente.
